Hellboy – L’uomo deforme: la deriva folk horror del “Rosso” di Mignola

Il quarto capitolo cinematografico di Hellboy riporta fedelmente su schermo una miniserie del 2008.

Produzione travagliata quella di Hellboy – L’uomo deforme, film del 2024 che solo da qualche giorno è disponibile per gli spettatori italiani. Dopo un’uscita cinematografica più volte rinviata – l’ultima ad agosto – il live-action ha raggiunto le case degli italiani mediante l’acquisto digitale su varie piattaforme: Prime Video, Apple TV, Rakuten TV, Youtube, Sky PrimaFila, Mediaset Infinity e TIMVISION.

Questa quarta avventura del demone rosso arriva esattamente vent’anni dopo la sua prima apparizione al cinema, quella con cui Guillermo del Toro in qualità di regista e Ron Perlman in quella di protagonista hanno aumentato notevolmente la popolarità del personaggio creato da Mike Mignola nel 1994. Hellboy è un essere demoniaco che invece di prestare la sua potenza alle forze del male diventa agente del Bureau for Paranormal Research and Defense (B.P.R.D.), un’agenzia governativa che si occupa di minacce paranormali. Nato durante la Seconda Guerra Mondiale in seguito ad una evocazione effettuata dallo stregone Grigori Rasputin, Red – così soprannominato – venne accolto dal professor Trevor Bruttenholm, che lo adottò e lo aiutò a crescere come un normale essere umano, o quasi. Pelle rossa, braccio gigante, passione per le armi da fuoco e per il fumo nascondono il suo cuore gentile e le tante emozioni che lo abitano.

Tornando al film, Hellboy – L’uomo deforme rinuncia – giustamente, aggiungerei – a raccontare nuovamente le origini del protagonista e decide di affidarsi pienamente alle pagine a fumetti della storyline omonima, scritta da Mignola, disegnata da Richard Corben e pubblicata nel 2008 con il titolo originale Hellboy: The Crooked Man. E presentando in maniera incredibilmente fedele il racconto, aggiungendo giusto un po’ di originalità per ravvivare il terzo atto, questo live-action propone un folk horror che stona totalmente con quanto presentato al cinema nel corso di questi anni. Le atmosfere da favola fantasy dei due film di Guillermo del Toro, e la violenta frenesia ipercinematica del reboot del 2019 con David Harbour sono solo un lontano ricorso.

Questo L’uomo deforme è infatti un film cupo e sporco. Su questi isolati e dimenticati dal mondo monti Appalachi si da vita ad un folk horror che punta tutto sull’atmosfera e il mistero, peccando però su tantissimi fronti. Il cast non convince per niente, primo fra tutti Jack Kesy che a confronto con i suoi predecessori non è assolutamente all’altezza del ruolo; il suo Hellboy è spento, poco carismatico, poco convincente nelle azioni e nelle parole, e qualche battutina tirata fuori qua e là non rendono assolutamente giustizia alla sicurezza e alla spavalderia del personaggio. Al fianco di Kesy troviamo Adeline Rudolph nel ruolo originale creato appositamente per il film di Bobby Jo Song, agente del B.R.P.D. più abituata agli studi che alle operazione sul campo. E sebbene il personaggio risulti più convincente di altri, il suo apporto effettivo ai fini della trama è davvero irrisorio.

Il film presenta sin dai primi minuti la sua identità da horror di genere, ma questa propensione non riesce a manifestarsi appieno in quanto la sceneggiatura è talmente ricca di elementi e situazioni che l’effetto stupore svanisce a metà del primo atto, rendendo streghe, magie, maledizioni e demoni elementi di sfondo e non veri e propri momenti di terrore.  Il budget ridotto e le evidenti défaillance della sceneggiatura si uniscono dando così vita ad un live-action che fosse nato come fan-movie sarebbe stato tra i migliori prodotti del suo genere, ma che invece essendo una produzione di livello diretta da Bryan Taylor – regista che ha mostrato il suo valore in titoli come Crank e cinecomics come Ghost Rider – Spirito di Vendetta e Happy!!, delude sotto ogni punto di vista, perdendo tutto il suo fascino e risultando discutibile e assolutamente dimenticabile.

Hellboy – L’uomo deforme
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