I Fantastici Quattro – Gli Inizi: i Marvel Studios ripartono dalla famiglia
Galactus, siamo venuti a patteggiare.
Così, semi-citando il film Doctor Strange del 2016, si potrebbe introdurre la trama del nuovo cinecomic Marvel intitolato I Fantastici Quattro: Gli Inizi; ma facciamo un passo indietro. Reed Richards ha organizzato una missione spaziale in compagnia di sua moglie Sue Storm, suo cognato Johnny Storm e il suo migliore amico Ben Grimm. Una volta usciti dal pianeta però, il mezzo su cui viaggiava il gruppo è stato investito da un’onda cosmica che ha rimodulato completamente i loro geni donando a ognuno di loro dei superpoteri. Quattro anni dopo, questi individui sono noti come I Fantastici Quattro e hanno preso apertamente le difese del mondo intero.
Pochi mesi dopo la scoperta che Sue è incinta, dallo spazio arriva Silver Surfer, una donna argentea su tavola da surf che si presenta come araldo di Galactus, divoratore di mondi che ha scelto la Terra come suo prossimo pasto. Decisi a impedire la distruzione del mondo, i Fantastici Quattro partono così alla ricerca di questo enigmatico avversario, giungendo su un pianeta lontano – la sua ultima cena – e arrivando a un confronto. Qui il gigantesco essere cosmico propone un accordo: la salvezza della Terra in cambio del bambino che Sue porta in grembo, Franklin.
Una trama semplice, lineare ma di grande effetto che si presta perfettamente ai personaggi creati da Stan Lee e Jack Kirby nel lontano 1961. All’epoca il duo di fumettisti era alla ricerca di una storia che rivoluzionasse il modo di proporre i supereroi, e la trovarono nella presentazione di un gruppo che fosse anche una famiglia, che portasse sulle spalle non solo il peso del mondo ma anche tutte le difficoltà e i contrasti della vita quotidiana.
E da questo punto di vista il film di Matt Shakman riesce a presentare i Fantastici Quattro proprio come la famiglia che sono. Le scene di combattimento sono poche, gli effetti speciali sono tanti e parecchi ma non sono mai votati al frastuono e al caos. Il film viaggia su dialoghi e situazioni tipiche dei family drama, ma con un tocco “super”. Reed e Sue come una qualunque coppia si preoccupano della salute del neonato, Johnny cerca di farsi accettare dal gruppo e vive un rapporto di amore-odio con il cognato. Ben, nonostante non abbia legami di sangue, è forse la persona più affezionata agli altri, il collante che dietro l’ammasso di roccia che è diventato il suo corpo nasconde il lato più tenero e emotivo del gruppo, il più desideroso di amore. I superproblemi ricercati da Stan Lee ci sono tutti, e sono anche il pretesto della maggior parte dei momenti comici del film.

Il casting è la nota, più che dolente, direi quasi contrastante. Tra tutti spicca Vanessa Kirby, davvero perfetta nel ruolo della Donna Invisibile che nel corso del film sostiene perfettamente il suo molteplice ruolo di donna, amante, sorella, madre e supereroina. Uno dei casting più azzeccati nella storia del Marvel Cinematic Universe. Ebon Moss-Bachrach nei panni della Cosa è difficilmente criticabile: rinchiuso dentro un costume pratico, che riproduce perfettamente il personaggio a fumetti dando vita ad una versione live-action senza sbavature, l’attore riesce a dare pieno risalto a Ben Grimm, soprattutto nei suoi momenti di maggiore fragilità tra le strade della natia Yancy Street.
E ora veniamo al difficile. Reed Richards è Pedro Pascal, un nome che con il suo star-power potrebbe sostenere da solo l’intero film. Un personaggio che da solo potrebbe sostenere l’intero universo narrativo. Eppure, manca qualcosa. Esteticamente ci sono molti dubbi, la scelta di adattare il personaggio al look di Pascal e non viceversa potrebbe far storcere il naso ai puristi, ma non è neanche questo il problema. Reed è un uomo, data la sua mente brillante e il suo genio esplosivo, capace di espandere i suoi pensieri all’infinito proprio come proiettato nella rappresentazione dei suoi poteri elastici, ed è noto per il suo modo di estraniarsi spesso dal contesto, mettendo da parte le emozioni in favore della praticità e del dato scientifico. Un elemento che nel film viene certamente rappresentato, soprattutto in un momento cardine del terzo atto, ma quasi come se fosse un momento isolato. Inoltre l’interpretazione di Pascal risulta molto sofferta e emotiva, in netto contrasto appunto con un personaggio che la stragrande maggioranza delle volte viene appunto rappresentato come freddo e calcolatore, nel senso buono del termine.
L’ultimo membro del quartetto, Johnny Storm, è interpretato da Joseph Quinn, star della quarta stagione di Stranger Things. Anche qui le doti attoriali non si discutono, e chi segue il film senza una conoscenza pregressa dei fumetti Marvel Comics non potrebbe mai avere nulla da dire. Rispetto alla tradizione la spacconaggine e l’impulsività del personaggio sono stati fortemente ammorbiditi, dandogli più ampio respiro dal punto di vista familiare e concedendogli un ruolo chiave nello sviluppo della trama. Qui a far storcere il naso è forse la resa visiva della sua interpretazione: Quinn è un bel ragazzo coi capelli e gli occhi castani, ben lontano però dall’idea di supermodello biondo con gli occhi azzurri con cui Johnny viene proposto nelle pagine inchiostrate. E rispetto a Reed, qui si è cercato di mantenere la fedeltà sottoponendo l’attore a sedute di make-up dotandolo appunto del giusto sguardo e dell’iconica capigliatura, e forse anche di qualche altro intervento che aiutasse a supportare l’idea di parentela con Vanessa Kirby. In sostanza, alla vista il suo look risulta un po’ posticcio e artificioso.
Il cast di supporto compie il suo dovere: Julia Garner è una buona Shalla-Bal aka Silver Surfer, anche se il suo background narrativo non può certo essere paragonato all’unico vero interprete del ruolo, quel Norrin Radd che i fan sperano di vedere in futuro. Ralph Ineson da finalmente vita a Galactus in live-action, accantonando definitivamente quel disastro che è stato proposto in I Fantastici Quattro e Silver Surfer del 2007. Gli altri attori come Mark Gatiss, Sarah Niles, Natasha Lyonne e Paul Walter Hauser non sfigurano, ma riflettendoci occupano tutti dei ruoli talmente marginali che sarebbero potuto tranquillamente essere esclusi dal racconto. Un po’ come avvenuto per John Malkovich, scelto per interpretare il villain Red Ghost e poi tagliato dalla versione finale. Tutto ciò però può essere considerato un pregio per il film, che consacra ancora di più i suoi quattro protagonisti e la famiglia come il fulcro narrativo e emotivo della pellicola.
Scenografie pazzesche di una bellezza disarmante e le incredibili musiche realizzate da Michael Giacchino incorniciano il tutto in quello che, come primo film della Fase Sei del Marvel Cinematic Universe e seguendo il buon esempio di Thunderbolts*, sembra far promettere la rinascita del franchise dopo una lunga fase di stanca e preoccupante mancanza di idee iniziata post Avengers: Endgame.
Per concludere, due parole sulle scene post-credits. Mi è capitato più volte in questi giorni di sentire commenti e leggere recensioni sul film che puntassero direttamente a quei trenta secondi dopo i titoli di coda, come se i 115 minuti di durata del film non contassero niente e il costo del biglietto fosse dovuto solo ed esclusivamente a quel momento. Niente di più sbagliato e soprattutto – a dirla tutta – niente di più triste. Come se l’esperienza cinematografica fosse oramai implosa sottomettendosi al servizio di quel piccolo cliffhanger. Detto questo la scena – senza spoiler – ovviamente fa da incipit agli eventi di Avengers: Doomsday ed è stata diretta – notizia confermata – dai fratelli Russo: un momento che chi mastica un po’ di fumetti non avrà difficoltà a prevedere, visto e considerato gli eventi del film e l’annunciato arrivo del villain Doctor Doom interpretato da Robert Downey Jr..






















